Non ho forse fatto di tutta la mia vita un'opera d'arte?
Non ho sanguinato immolandomi sempre sull'altare della pazzia e della passione?
Non ho amato e lottato e vinto e amato ancora?
Come si può, come si può dire che sono indifferente o freddo?
Io che vivo per trovare un limite, se c'è.
Io che vivo per capire l'essenza, se poi ne esiste una sotto gli alberi di questo Giardino Selvaggio.
O, forse, mento a me stesso.
-Sarebbe finalmente qualcosa di insolito-
Forse ho solo deciso, nel corso dei secoli, di lasciarmi solo brevi piaceri distratti.
Di infatuarmi di commesse, cameriere, anziane padrone di casa.
Ma solo a volte. Solo le più preziose.
Così diverse dai miei serial killer.
Così profondamente vuote.
Tagliare le dita di un bambino.
Lentamente.
Cosa si dovrebbe provare?
Cosa mentre la carne si lacera?
Cosa mentre l'osso piano si spezza sotto la pressione del coltello?
Le urla del ragazzino ovattate e lontane.
Dissolvenza. Nessuna importanza.
Cominciare dal mignolo e poi, via via, un dito alla volta.
Anulare.
Medio.
Indice.
Pollice.
Ed già tutto finito.
Gliel'ho visto fare centinaia di volte.
Tagliava le dita di una sola mano, così i ragazzini potevano usare l'altra per lavorare aiutandosi con il moncherino.
E volevo provare, volevo SAPERE cosa significava per lui, cosa si doveva sentire nel farlo.
E ora so.
Ora ho vissuto e sentito.
Ho rubato le sue visioni e le sue emozioni.
Ora so.
Per questo uccido.
Gli esseri inutili non mi interessano, per quanto possa provare piacere a fondermi con loro.
Per quanto l'odore stantio delle pantofole di lana possa spezzarmi il cuore.
Lestat.



